Radici
Capita anche a te di sentirti stranə durante le feste?
Quando ero piccola, il Natale era tra i miei periodi preferiti.
Lo trascorrevo a casa dei miei nonni materni, con gli zii, e c’era sempre divertimento, allegria e una sensazione pervasiva di gioia.
Non so se perché era mio nonno a scherzare e fare casino di continuo, o se perché guardavo tutto con occhi incantati. Ma a me quel periodo sembrava magico, fuori dal tempo.
Poi, pochi anni dopo, la magia è svanita.
Mio nonno non c’era più. Abbiamo smesso di trascorrere il Natale assieme. A mia nonna è venuto l’Alzheimer, e insieme ai suoi ricordi se ne sono andati anche i nostri.
Ho provato a compensare, a ricreare almeno un frammento di quell’atmosfera.
Poco prima di Natale giravo per negozi, cercando “il regalo perfetto” per tutti. Ma per quanto mi sforzassi, non sono mai riuscita a rivivere davvero quelle sensazioni.
Alla fine, ho smesso di provarci.
Diventata madre, credevo che tutto si sarebbe ribaltato, che avrei potuto rivivere quelle sensazioni attraverso gli occhi di mio figlio.
È successo, sì. Ma solo in parte.
Sono arrivati altri problemi, situazioni che non avrei mai creduto di poter vivere.
Così la “magia del Natale” è rimasta un sogno, relegato agli angoli della mia infanzia.
Sono tornata a Napoli poco più di una settimana fa. Queste feste sono volate via senza il minimo spirito.
Una parte di me vorrebbe sentirsi di nuovo leggera, mantiene ancora la speranza di poter riaccendere quella fiamma.
Ma quella sensazione di essere fuori luogo, fuori posto, continua ad aleggiare.
Eppure, c’è una cosa che ho imparato durante questo lungo e complesso anno: rimanere nelle cose. Nonostante tutto.
Senza tentare di aggiustare, spiegare, controllare.
Senza mentalizzare troppo, perché certe volte non serve a niente.
Il cervello ti porta fin dove può. Oltre, non va. Anzi, ti fa girare nello stesso punto, ripete gli stessi schemi e pensieri, in un loop infinito che ti logora e prosciuga.
E io, di rimuginare, credo di aver già dato abbastanza.
Arriva un momento nella vita in cui la smetti di pensare e inizi ad agire.
Mesi, a volte anni, spesi a scervellarti, a ripercorrere le stesse opzioni. A valutare scenari, a chiederti cosa sia giusto.
E poi, all’improvviso, l’irrazionale: parti e basta.
Non ti curi del buon senso.
Non badi troppo alle conseguenze.
Non ti fai problemi su cosa potrebbero dire le persone attorno a te.
Un giorno, dalla sera alla mattina, recidi il cordone.
Il mio l’ho spezzato qualche settimana fa, quando ho deciso che tra sette mesi esatti rientrerò stabilmente a Napoli.
La mia città mi vedrà rimettere piede sul suo suolo dopo 12 anni, trascorsi in giro tra Ferrara, la Germania, e spostamenti vari ed eventuali per l’Italia e l’Europa.
La vita da expat è stata più dura di quanto credessi.
Ha aumentato a dismisura il mio spirito di adattamento, ma anche la mia solitudine, ridefinendo in maniera radicale due concetti che davo per scontati: “casa” e “rete”.
Quest’anno transizione e reinvenzione sono stati all’ordine del giorno.
Ho vissuto continui “cambi di vita”, pur restando spesso tra le stesse quattro mura.
Sono stata segnata da stop, ripartenze, e di nuovo bruschi arresti.
Ho ricostruito identità e direzione più e più volte, tra dubbi, pensieri veloci e la necessità costante di non fermarmi.
È dentro questo turbinio che mi ha colpita una frase emersa durante una conversazione con un cliente architetto, il mese scorso: “avere radici”.
Come quelle che ti accompagnano nel luogo in cui nasci, e che ti legano alla famiglia d’origine.
Oppure quelle che decidi di mettere in un posto, che speri di poter chiamare di nuovo casa.
O ancora quelle che pianti, per tenerti salda al terreno, mentre annaffi i semi del tuo futuro.
E infine, quelle che vuoi rappresentare tu, per le persone che contano.
Radici. Questo è ciò che mi manca, quello che stavo provando a ricostruire in tutti questi movimenti apparentemente caotici.
Nell’ultimo anno ho studiato, scritto, osservato… perché quando qualcosa non ha nome mi divora.
Dare le parole giuste alle cose che accadono è un mio modo per stare nella realtà, senza esserne travolta. Per comprenderla, e magari viverla con un po’ di serenità.
Quest’anno ho provato a trasformare il caos in senso, a vivere il tempo senza esserne ostaggio.
E ho cercato di non essere ostaggio delle situazioni attorno a me.
Non del lavoro, non di ogni mio ruolo, non delle aspettative, mie e altrui, non del senso di colpa.
Ho fatto pace con la sindrome dell’impostore, con l’onnipresente perfezionismo, con quella sensazione di “dover meritare” sempre tutto, di non sentirmi mai abbastanza, e contemporaneamente troppo, per gli altri.
Le relazioni sono state il luogo dove, sin da bambina, ho imparato a sopravvivere, osservando il comportamento altrui per anticipare bisogni e desideri, e così garantirmi approvazione e affetto.
Oggi ho smesso di “fare la cosa giusta”, e ho iniziato a fare ciò che mi fa bene, nei limite del possibile.
Ho convertito spazi di sopravvivenza in spazi di benessere, con le persone che io ho deciso di ammettere nel mio cerchio.
Mi sono concessa la libertà di legittimarmi da sola.
Perché la verità è questa: desidero una vita bella e significativa, non solo “a posto”.
Un domani, quando non ci sarò più, nessuno si ricorderà di me, delle mie parole, di ciò che avrò fatto o sbagliato.
E allora perché vivere come si dovrebbe? Perché tormentarmi per il giudizio altrui, per ciò che accade e non dipende da me, per tutto quello che sarebbe corretto fare e che prendo fin troppo sul serio?
La vita non può essere solo dovere, efficienza e responsabilità.
Riconosco l’importanza di questi elementi, ma ho capito che non possono essere tutto.
Io voglio calore. Voglio bellezza, voglio coraggio.
Voglio concedermi possibilità senza sentirmi “fuori posto”.
Voglio potermi dire “Ci ho provato”. Avere una “storia da raccontare”, anche per mio figlio. Mostrargli che vale la pena lottare per ciò in cui credi.
A te che leggi, se mai ti sei sentitə stranə o isolatə durante queste feste, ti auguro innanzitutto questo: accogliere ciò che provi senza giudizio.
Non c’è niente di sbagliato in te.
A volte ci sentiamo fuori posto perché il “nostro posto” lo stiamo ancora cercando.
Ti auguro di ritrovare tranquillità in te, anche quando le condizioni attorno sono dure.
Ti auguro di poter mettere radici nei luoghi e nelle persone che per te contano davvero, non dove gli altri si aspettano che tu le metta.
Ti auguro la chiarezza di capire quando è il momento di smettere di rimuginare e iniziare ad agire.
Ti auguro il coraggio di recidere i cordoni che ti tengono legatə a versioni di te che non ti appartengono più.
E soprattutto ti auguro la forza di andare avanti verso i tuoi obiettivi anche nei giorni di pioggia o di nebbia. Di scoprire dentro di te “quell’invincibile estate”, anche contro ogni inverno.
Buon anno nuovo.
Che sia l’anno in cui finalmente torni a casa, ovunque essa sia.
“Mia cara,
nel bel mezzo dell’odio
ho scoperto che vi era in me
un invincibile amore.
[…]
Ho compreso, infine,
che nel bel mezzo dell’inverno,
ho scoperto che vi era in me
un’invincibile estate.
[…] non importa
quanto duramente il mondo
vada contro di me,
in me c’è qualcosa di più forte,
qualcosa di migliore
che mi spinge subito indietro.”
Albert Camus -









Questo posto qui su Substack è il mio piccolo spazio nell’etere, dove lascio andare i pensieri, per farli arrivare a chi li sente simili ai miei.
Nella vita reale sono una coach freelance e una formatrice.
Bevo un sacco di caffè.
Mangio troppa cioccolata.
Sogno tanto. Pure di giorno. Soprattutto di giorno.
Qui è dove racconto del mio lavoro in chiave Instagram, ma a modo mio. Con gentilezza, che di gente che urla ce n’è già troppa.
Qui è dove provo a rendere più umana, con i miei pensieri, una piattaforma che a dire il vero mi piace proprio poco.
Questa, infine, è la mia “casa virtuale”, quella che ho costruito da sola, pezzo dopo pezzo, con la mia storia. E dove trovi anche quello che potrei costruire insieme a te.



Hai viaggiato per ritrovare te stessa, forse il lavoro, forse gli eventi in famiglia ti hanno distratto dalla retta via.
I viaggi, le esperienze che hai accumulato in questi mesi o forse anni, sono i piccoli mattoni che hanno permesso di costruire la nuova te.
Buon anno e buon rientro.
ti auguro ogni riga e ogni parola di bene che tu hai augurato a me, con questa tua ultima lettera al mondo.